CARITA’ E CHIESA

News del 9/3/2005

INCONTRO FORANIALE DEGLI OPERATORI DELLE CARITAS PARROCCHIALI CARITA’ E CHIESA DOMENICA 13 MARZO 2005 SANTUARIO “MADONNA DI TERMINE” – PENTONE - Questo primo incontro dovrebbe rispondere ai temi già stabiliti dalla Caritas Diocesana, e cioè “Fondamenti biblici della carità” e “Caritas Italiana/ Diocesana/ Parrocchiale”. La mia riflessione non intende ora porsi su questa linea. Essa vuole aiutarci ad andare, per così dire, alla sorgente della risposta cristiana ai bisogni dei poveri. Questo "ritorno alla sorgente" è necessario per ristorarci, cioè per irrobustire la nostra dedizione ai poveri; ed anche per non attingere ad altre sorgenti che non sono in grado di donarci l’acqua della carità. 1. La carità della Chiesa è la sorgente della nostra carità: questa è l’affermazione più importante che si possa fare sul nostro servizio ai poveri. Vedremo ora questa "identificazione" della carità della Chiesa col nostro impegno quotidiano verso i poveri. Quando dico "carità della Chiesa" intendo dire la "carità che è la Chiesa"; pongo cioè una identità fra carità e Chiesa. Vediamo di spiegare il senso di questa identità. Il Concilio Vaticano II scrive: "la Chiesa intera appare come il popolo radunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo". La nostra unità non è semplicemente dovuta al fatto che siamo partecipi della stessa natura umana; che siamo partecipi della stessa nazionalità e quindi di una stessa lingua, di una stessa storia, di una stessa cultura. La nostra unità è la partecipazione creata della stessa unità che unisce le Persone divine della Trinità. L’unità delle Tre Persone si è irradiata ed insediata dentro all’umanità, rendendone partecipi le persone umane. La Chiesa è precisamente l’irradiazione, l’insediamento dentro l’umanità della divina unità: Ecclesia de Trinitate, dicevano i Padri ed i Dottori della Chiesa. Da che cosa è costituita questa unità, quale è il suo vincolo unitivo? Il vincolo unitivo della Chiesa è lo Spirito Santo per mezzo del quale l’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori (cfr. Rom 5,5). Ma dobbiamo analizzare meglio questo punto, anche se brevemente. La conseguenza del peccato che separa l’uomo da Dio, è la disintegrazione dell’unità fra gli uomini, la loro divisione: il primo Adamo è stato causa di separazione. Ma partendo da Cristo il movimento “dall’uno ai divisi” si rovescerà da “divisi all’uno”. Nell’eucaristia, e questo è l’anno dell’eucaristia, Cristo si fa tutto in tutti per farci di tutti un tutt’uno. Tutta la moltitudine è reintegrata nell’unità: Cristo, come dice il Vangelo, è venuto a “riunire i figli di Dio dispersi”; a riunire l’intera umanità per quale “uno solo” è morto. “Adamo aveva generato l’umanità nel peccato con un frazionamento e una divisione senza fine. Il nuovo Adamo invece deve rigenerare l’umanità alla vita nella santità riunendola tutta in se stesso. È per questo che san Paolo lo chiama, non tanto il secondo Adamo, ma “l’ultimo Adamo”: l’Uomo ultimo nel quale tutta l’umanità salvata deve ritrovarsi, riconciliata con se stessa e con Dio" (L. BOUYER, La Chiesa di Dio, Cittadella ed., Assisi 1971, pag. 281). È l’ultimo Adamo nel quale tutta l’umanità è ricapitolata (cfr. Ef 1,10). Cristo compie la sua opera facendoci dono del suo stesso Spirito che ci unisce al Cristo stesso, ci fa essere e vivere in Lui e come Lui. Ogni uomo nel dono dello Spirito rinasce in Lui; l’umanità è reintegrata in Lui. L’amore del Padre, che si è rivelato nella morte di Cristo e come in Lui concentrato, si estende e si comunica ad ogni uomo mediante lo Spirito Santo. L’unità della Chiesa, nella sua più profonda realtà, è la Comunione dei fedeli nell’amore del Padre rivelatoci in Cristo e donatoci dallo Spirito Santo. La Chiesa è questa comunità umana nell’amore divino, nell’amore del Padre datoci dal Figlio mediante lo Spirito Santo. Voglio spiegarmi con un esempio. Se voi esponete un cristallo puro alla luce del sole, esso si illumina fino a diventare tutto luminoso. Esiste una distinzione ben chiara fra il sole ed il cristallo; anche se la luce di cui brilla il cristallo è ben diversa da quella di cui brilla il sole, tuttavia quella dipende continuamente da questa. È una pallida metafora di ciò che accade ogni giorno nella Chiesa ed in ogni fedele che sia in grazia. Infatti la carità che costituisce l’essere della Chiesa è ben diversa dalla Carità che è lo Spirito Santo: essa è una capacità umana posseduta dal discepolo del Signore. È una capacità prodotta in noi dallo Spirito Santo. In sintesi: l’esercizio della carità ha la sua radice nel mistero della Chiesa; è dalla vita più profonda della Chiesa che esso sgorga. 2. La nostra carità, la carità del discepolo del Signore, è la stessa carità del Padre quale è apparsa in Cristo: “amatevi come io vi ho amato”. Chi ama rimane in Cristo e Cristo in lui. Detto in altri termini. La ragione per cui amo il Padre in Cristo è la stessa ragione per cui amo il prossimo. Non esistono due carità, la carità che ha per “oggetto” il Signore e la carità che ha per “oggetto” il prossimo. Ne esiste una sola: l’atto con cui amo Dio ha la stessa natura dell’atto con cui amo il prossimo. È colla stessa visione che vedo la luce e le cose illuminate dalla luce. Per quale ragione amo il Padre in Cristo? Per rispondere al suo Amore che lo ha spinto a donarmi Se stesso in Cristo. È la sua volontà di rendermi partecipe della sua stessa vita la ragione per cui amo Dio. Per quale ragione amo il prossimo? Perché lo vedo in questa luce della rivelazione che il Padre fa del Figlio e di tutti i suoi figli: “questi è mio figlio” . Da questo derivano alcune caratteristiche della carità; caratteristiche che ne disegnano il suo inconfondibile volto. Mi limito ad accennarne tre. • E’ una carità che tende alla persona come tale; non è un amore generico, ma singolarmente determinato. La persona è amata “per se stessa”. Oggi la mancanza del principio-persona è causa di gravi violazioni all’uomo. • E’ una carità che tende alla persona nella sua totalità, nelle sue dimensioni fisiche e spirituali. Due gesti hanno caratterizzato l’amore di Cristo verso l’uomo: guarire dalle malattie e perdonare i peccati. Secondo un ordine intrinseco. Per cui amare la persona significa donarle la possibilità di incontrare Cristo. Il bene più grande che possiamo volere ad una persona è Gesù Cristo. • E’ una carità preveniente i meriti della persona di essere amata. È per questo che il perdono è l’espressione più alta della carità cristiana. 3. Vorrei per concludere riflettere più analiticamente sul rapporto carità-servizio al prossimo, e così avvicinarmi maggiormente al tema del presente incontro. In primo luogo, la carità non è pigra. “Mostrami, se riesci, un amore pigro”- scrive S. Agostino - “Colui che non fa nulla per colui che egli dice di amare, dimostra chiaramente che il suo amore non è vero” (En. in ps 31,II). Ma nello stesso tempo, se la carità non ha limiti, il servizio che concretamente uno può svolgere è limitato. Nessuno è in grado di servire in tutto ogni uomo. Il servizio è limitato quanto alle persone e quanto ai servizi offerti. Un servizio preciso, ad una carità impellente, impedirà che ci si impegni in un altro, magari poco urgente, disperdendone le forze. Da ciò deriva una conseguenza assai importante. È necessario fare delle scelte, compiere delle opzioni preferenziali in base alle situazioni oggettive in cui viviamo, in base alle nostre effettive capacità e possibilità, in base alle urgenze dei bisogni. Queste scelte per chi ama sono spesso drammatiche per la carità che abita nel suo cuore, e che non può fare tutto ciò che vede essere necessario fare. La sofferenza è ancora più grande quando chi ama vede il bisogno in chi non ha alcuna consapevolezza della sua reale situazione. Tuttavia qui scopriamo un’altra dimensione ecclesiale della carità. Ciò che fa l’uno, lo fanno tutti gli altri nella Chiesa, ricordiamoci sempre che gli operatori caritas non assumono sulle proprie spalle l’esigenza della carità parrocchiale, ma dovranno essere lievito perché la carità diventi stile della comunità. 4. Mi piace concludere con un testo mirabile di S. Tommaso. “E’ chiaro che non tutti possono dedicarsi agli studi lunghi e severi; per questo Cristo ci ha dato una legge che per la sua brevità è accessibile a tutti e nessuno ha il diritto di ignorare: tale legge è la legge dell’amore divino… Una simile legge, ammettiamolo, deve essere la regola di tutti gli atti umani. L’opera d’arte obbedisce a dei canoni. Similmente l’atto umano, giusto e virtuoso quando segue le norme della carità, perde la sua rettitudine e la sua perfezione se si discosta dalle suddette norme. Ecco allora il principio di ogni bene; la legge dell’amore… Tutti i doni traggono origine dal Padre della luce, ma nessuno supera la carità” [De decem praeceptis II, 1138 e IV,1154; ed. Marietti, pag. 246. 248]. Abituati, anche a motivo dell'educazione ricevuta, a parlare molto di carità, siamo inclini a trascurare il dovere primario della giustizia. Chi mai si confessa per aver mancato ai doveri della giustizia? Se non può aversi piena giustizia, secondo Dio, senza la carità, non può neppure aversi autentica carità senza il presupposto della giustizia. La carità è l'approdo, il superamento della giustizia, non il suo contrario né qualcosa di disgiunto da essa. Da questa deformazione è nata la tendenza a scambiare la carità con l'elemosina e la giustizia con quello che deve essere innanzi tutto riconosciuto a noi, trascurando del tutto i diritti degli altri. La carità non può supplire alla mancanza di giustizia, ma il primo impegno della carità deve essere la promozione della giustizia.
 


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