| PARROCCHIA E SOCIETA' |
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News del 28/3/2005 IL RUOLO DELLA PARROCCHIA NEL DIBATTITO SOCIALE. Non si può pensare che l’attività educativa, e l’azione della Chiesa in genere, si debba esplicitare a prescindere dal contesto sociale in cui si vive, in una sorta di ambiente neutro, al riparo dalle interferenze del mondo esterno. La parrocchia assume quindi un ruolo, direi quasi fondamentale, nel contesto del dibattito sociale che è intorno a noi. La comunità parrocchiale, ha il gravoso ma entusiasmante compito di “dire” la fede in modo nuovo. Non si può più correre il rischio di “cristallizzare” il potenziale della nostra fede in generiche formulette. Emerge allora l’urgenza improrogabile di un radicale cambiamento a livello sociale, culturale, economico e politico. Ma perché ciò avvenga è necessario prima di tutto un cambio di mentalità, dei comportamenti e delle scelte dei singoli: una vera e propria rivoluzione culturale, oltre che spirituale. Anzi, quanto più si è immersi in situazioni di conflitto e ci si trova di fronte alle sfide poste dalle strutture ingiuste, tanto più si ha bisogno di catechesi parrocchiali che affondando nelle radici della teologia facciano crescere la capacità di discernimento dei singoli e dell’intera comunità. Non si può ridurre l’esperienza parrocchiale alla ricerca di un posticino tranquillo, al riparo dalle problematiche di questo mondo. È vero che la parrocchia deve primariamente permettere un incontro personale con il Cristo della nostra salvezza, ma proprio questo dovrà poi stimolarci ad inserirci nelle pieghe del mondo per poter essere lievito che fermenta tutta la pasta. A fronte delle sfide che si pongono oggi sul nostro cammino, è interpellata la coscienza del credente. La fede cristiana, infatti, non è estranea né separata – tanto meno contrapposta – alle problematiche sociali e politiche in generale. Nello specifico, non può essere estranea o indifferente agli statuti propri della partecipazione democratica, considerata soprattutto nelle sue basi e nelle sue esigenze propriamente antropologiche. Nell’attuale situazione storica, la fede cristiana è chiamata a ricuperare, anzi a rilanciare la sua tipica e originale identità. Essa è – e non può non essere – una fede incarnata nella storia, totalmente immersa nel mondo. E, nello stesso tempo, è testimonianza libera e coraggiosa del Regno di Dio e dei suoi valori. Guardandoci intorno sembra che siano ancora pochi i tentativi di una elaborazione teologica che a partire dalle sfide emergenti permettano un sano ed efficace discernimento esistenziale. Il risultato spesso è che questo silenzio catechetico, nelle nostre parrocchie, può generare quella sorta di vuoto pensiero che molto spesso ci rende muti assumendo, di fatto, come criterio di giudizio di fronte alla realtà non tanto la perenne novità della Paola di Dio, quanto il fatalismo la rassegnazione o nella migliore delle ipotesi, l’uniformità alla massa. Così facendo viene a mancarci il costante riferimento alla Parola di Dio e la spinta profetica necessaria per avere uno sguardo di fede sulla realtà e per deciderci di impegnarci coraggiosamente per il cambiamento. Seguendo la logica dell’incarnazione, che ha visto il Dio di Gesù Cristo rivelarsi agli uomini proprio nelle coordinate spazio-temporali della nostra storia dovremmo sempre più assumerci il compito di porre attenzione profonda e partecipe agli avvenimenti della piccola storia quotidiana e universale, lasciandoci seriamente interrogare dagli avvenimenti, per poter così essere in cammino verso una sempre più piena intelligenza della fede. A livello ecclesiale ciò si può tradurre nei termini di rilettura teologica veramente innovativa, che permetta alla Chiesa un salto di qualità nella comprensione e nell’attuazione della sua missione. È questa la prospettiva in cui si deve collocare l’azione della Chiesa perché, alla luce dell’insegnamento del Vangelo, sappia proporre gli insegnamenti etici che presiedono ad ogni retta soluzione dei problemi umani e sociali. Tutto ciò, non è una novità se si pensa che questo imperativo etico nasce già dalla promessa biblica che annuncia nuovi cieli e nuova terra (Is 65,17ss). Questa istanza cosmica della salvezza risuona pure nel magistero della Chiesa (LG 48) anche se con il preciso intento di fugare gli equivoci di una concezione troppo individualistica e disincarnata della speranza cristiana che si attua invece nella storia con la collaborazione di tutti. La nuova creazione è il compimento del grande progetto cosmogenetico di Dio, che affida a noi, sue creature, il compito di costruire la civiltà dell’umano nel rispetto dei diritti di ognuno. Sarà necessario superare il dualismo tra secolo presente da annientare perché malvagio (visione pessimistica della storia) e creazione sostitutiva di cieli nuovi e terra nuova. La GS 57 ricorda che bisogna gustare le cose di lassù senza dimenticare il dovere di collaborare alla costruzione di un mondo più umano quaggiù. Due cose però non si devono ignorare: che c’è una discontinuità tra progresso mondano, sia pur esso “umano”, ed avvento del Regno. Questo perchè l'avvento dei nuovi cieli richiama un nuovo atto creatore divino che potremmo meglio intendere come compimento dell'opera creatrice di Dio. Ma fatte queste dovute premesse l’impegno del cristiano di inserirsi nel dibattito sociale, per esserne lievito e polarizzatore delle sue istanze etiche è primariamente “ontologico”, scritto cioè nella sua stessa natura di “collaboratore” di Dio nella storia. Il servizio più importante e insostituibile che noi cristiani possiamo offrire nell’attuale dibattito sociale, è molto semplicemente, che diventiamo davvero chiesa! Costruiamo comunità che con la loro stessa vita e col loro modo di impostare relazioni libere e solidali, diventino contestazioni viventi dell’arroganza e del potere e siano coscienza critica nel contesto in cui vivono. La comunità parrocchiale più che una struttura, richiama la realtà di famiglia di Dio, una casa di famiglia, fraterna ed accogliente, dove tutti sono chiamati a fare la loro parte. Siamo tutti coinvolti in questo impegno comune, come dovere etico tra l’altro, di costruire insieme la polis, il luogo della nostra fattibilità nella storia. di d. Gaetano Rocca |
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