| I Martiri della giustizia |
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News del 12/4/2005 A venticinque dall’uccisione di Romero non si arresta la lista dei testimoni del Vangelo I Martiri della giustizia, un “affresco” delle Beatitudini Sono trascorsi venticinque anni da quando il 24 marzo del 1980, veniva trucidato mentre celebrava l’Eucarestia, Mons. Oscar Romero, coraggioso testimone del Vangelo nella terra di San Salvador; difensore dei poveri e degli emarginati, non esitò di schierarsi apertamente e con toni fortissimi contro le organizzazioni del potere politico ed economico del suo Paese, sostenendo il lavoro di diversi sacerdoti che condividevano la vita dei poveri e respingendo le accuse che gli vennero mosse da più parti – anche da alcuni confratelli (!) – di “incitare alla lotta di classe e alla rivoluzione socialista e marxista dei contadini”. Il vescovo scomodo che aveva gridato contro ogni ingiustizia e ogni connivenza tra Chiesa e potere, fu definitivamente messo a tacere; in una terra devastata da oltre un decennio di oligarchie militarizzate, di povertà e di violenze strutturali, aveva sollevato la sua voce profetica denunciando tutto ciò che distrugge la dignità dell’individuo e soprattutto che distrugge la capacità di costruire un popolo su basi di giustizia e di pace. In lui, il popolo Salvadoregno vede un profeta e un martire, ma anche un fervido incoraggiamento a non mollare la lotta per la liberazione. La Chiesa, da dieci anni, ogni 24 marzo celebra una giornata di digiuno e di preghiera in ricordo dei missionari cristiani martiri. Quest’anno, la celebrazione passa attraverso il dolore per la morte di altri quindici martiri della fede, testimoni che hanno coraggiosamente annunciato il Vangelo, come la buona notizia che realizza pienamente la vita dell’uomo, di ogni uomo, e si fa missione liberatrice da ogni forma di schiavitù e di oppressione in cui egli vive. E’ bene ricordare che nel 1968 proprio in Colombia, i vescovi latino-americani riuniti a Medellin scelsero di stare, attraverso «l'opzione preferenziale per i poveri», dalla parte degli umili e degli umiliati e di sottolineare con forza che, incarnare il Vangelo nella storia per far sì che esso sia davvero lievito di vita nuova, significa impegnarsi per la giustizia e per la pace e per la costruzione di un nuovo ordine mondiale, non più ingiustamente guidato dalle leggi del mercato e dal potere delle dittature, ma improntato sulla fraternità universale e sulla solidarietà sociale. Tanto sangue innocente è stato versato dall’assassinio di Romero, come di tanti altri martiri (ricordiamo i padri gesuiti Rutilio Grande e Ignacio Ellacuria o più recentemente il card. Ocampo ucciso in Messico nel ’93 e a Mons. Girardi ucciso in Guatemala nel ’98), in tanti anni di “militanza cristiana”, ma ancora in America Latina, terra delle grandi contraddizioni, si soffre per le antiche ingiustizie a cui oggi si aggiunge quella, per certi versi ancora più grave, della “globalizzazione neo-capitalista”. La Chiesa però, in tante sue espressioni esistenziali, non per ultime la testimonianza di questi martiri, rimane fedele allo “spirito di Medellin” che continua a disturbare i violenti e i prepotenti. Quello spirito che annuncia in Cristo e nella Sua Parola non un’evasione dalla storia per astratti spiritualismi, ma un vero progetto esistenziale da realizzare per indicare all’uomo di ogni tempo la pienezza della vita. Oggi la riflessione deve farsi allora più intensa. Anche le nostre coscienze devono essere scosse da questi drammatici eventi e devono sentire dentro l’invito ad essere cristiani capaci d’incidere sulla crosta della società per migliorarla. Spesso, il nostro modo di vivere la fede è fortemente influenzato dal secolarismo e nell’opulenza del mondo occidentale rischia di essere relegata nella sfera dell’individualismo senza alcuna incidenza sociale e pubblica. C’è bisogno di apprendere invece, soprattutto dalla morte di questi martiri, che il Vangelo va vissuto integralmente e incisivamente nella storia, perché essa sia “storia della salvezza” e perché in essa possa trovare speranza ogni uomo. Ecco che allora, paradossalmente, il sangue di questi martiri innocenti, diventa il segno più forte del messaggio che Dio continua a consegnarci: un richiamo ad una conversione radicale, ad un nuovo modo di vivere la fede e di mediare nella storia il Vangelo delle Beatitudini, un nuovo modo – oseremmo dire – “d’intendere” Dio. Non un Dio impassibile che sembra sovrastare da lontano la storia dell’umanità, ma invece un Dio che nutre una profonda passione per l’uomo; un Dio-Amore che percorre i sentieri della nostra storia e si commuove profondamente per il nostro dolore, piange le nostre lacrime per noi e per la nostra consolazione. Un Dio che non è affatto indifferente alla sorte degli uomini e che continua a presentarsi come mano tesa verso la sua creatura e come annuncio di Beatitudine attraverso il dono e il sacrificio di uomini capaci di incarnare questo suo Amore. Ecco che allora, il sacrificio di questi martiri, è il dono di uomini che hanno speso la vita per colmare le attese di ogni affamato e assetato di giustizia, di pace e di verità. Attraverso di loro, possiamo comprendere da quale parte sta Dio: mai dalla parte dei superbi, mai dalla parte dell’ingiustizia, piuttosto dalla parte della verità e dalla parte delle creature più disprezzate e più povere. Comprendere questo significa impegnarsi perché anche le nostre comunità e il nostro modo di vivere la fede, abbiano questi stessi tratti. Impegnarsi a “tradurre” il Vangelo nell’esercizio continuo della giustizia e della carità, nel segno di una planetaria solidarietà con gli ultimi, significa partecipare alla stessa azione di Dio che libera gli oppressi, consola gli infelici e pratica la liberazione dei suoi figli. In questi martiri, come in ogni cristiano che testimonia il Vangelo senza sfumature, la Passione di Cristo rivive e si riattualizza e rappresenta ancora quel traboccare di grazia e di amore che attraversa l’umanità e la spinge verso un “oltre” pieno di speranza e di Risurrezione. Le Beatitudini possono rappresentare la vera “carta di navigazione” del cristiano, anche se vivere tale progetto dovesse comportare le estreme conseguenze della persecuzione e della morte. Esse ci permettono di essere nello stesso “cuore” di Dio, di comprendere cioè appieno, dov’è che possiamo realmente incontrarlo e servirlo; Egli, il Dio della compassione e dell’amore, si trova in ogni innocente che soffre, in ogni essere umano che subisce violenza, in ogni povero della terra, nel grido soffocato dei bambini, nello sgomento di chi si vede i figli morire di fame, nel dignitoso contegno di chi vive in una favelas. E’ qui che possiamo “intercettare” Dio. E’ qui che egli chiede risposte d’amore. Giovanni Paolo II, nel ricordare i testimoni della fede del XX secolo, durante il Giubileo del duemila, il sette ottobre, ha ricordato che “i pastori zelanti che si sono impegnati nel servizio della pace e della giustizia, testimoni della fraternità universale hanno fatto risplendere la beatitudine degli affamati e degli assetati…Essi sono testimoni della speranza”. Noi siamo certi che l’affresco del Vangelo delle Beatitudini vissuto sino allo spargimento del sangue, continua con l'eroica morte di Mons. Romero e dei tantissimi, oramai, nostri fratelli martiri della fede. don Gaetano Rocca |
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