| Oltre l'apparenza... |
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News del 15/4/2005 In una società divenuta “monodimensionale”, la ricerca della verità delle cose, oltre anche la loro stessa simbologia, si fa sempre più difficile. L’altrove simbolico di un nostro gesto spesso sfugge all’ermeneutica stessa della nostra ricerca e ci rinchiude in una immutabilità delle cose, che ci fa perdere l’anelito del divenire, tralasciamo così quell’affascinante aspetto della nostra sequela che ci è data appunto dall’essere in cammino verso un’eterna novità. Cristo nella nostra vita di tutti i giorni ci rivolge un’invito che ci spinge ad andare sempre oltre, verso un’assoluto non compreso nella realtà e nelle opere che compiamo nell’esistenza, verso una pienezza di vita che va ben oltre i piccoli limiti delle nostre brevi vite sulla terra. E che cos’è questo oltre? E’ la maturazione nella verità, nella giustizia, nell’amore, nell’infinita capacità di reggere l’urto con l’infinito, col trascendete, nella nostra coscienza di uomini. Un grave rischio che incontriamo continuamente e nel quale cadiamo sempre o quasi sempre, è quello di rendere assoluta la nostra vita, cioè di dare un significato totale e assoluto alle cose che costituiscono la nostra realtà terrena. Quando le nostre piccole esperienze diventano assolutizzanti e tanto ci prendono tanto da assimilarci ad esse, ecco che si rimane chiusi come in una gabbia e smarriamo il senso vero delle cose, che sì devono essere fatte, ma devono contenere in se la fecondità ansiosa dell’andare oltre. Quando il commerciante o il politico o il prete o lo sposato o il maestro o l’operaio, rendono assoluto il loro impegno nella vita, diventano idolatri, cioè non sentono più che Cristo passa loro vicino e dice: Venite e seguitemi… Ciò significa che dovremmo essere in mezzo agli uomini punti di una realtà nuova svincolati da ogni cristallizzazione della stessa. C’è il pericolo reale che è quello di assolutizzare sempre, spesso un’ideologia che non ammette che il pensiero può andare oltre o possa pensarla diversamente dai dati fino a quel punto ritenuti assoluti, diviene opprimente più che liberante. Creiamo allora spazi chiusi dove avviene sempre una degradazione delle energie, una degradazione dell’uomo, una degradazione di quelle caratteristiche che costituiscono la verità dell’uomo. Una delle verità del cristianesimo è l’escatologia, e che cosa significa se non tensione del nostro essere verso una realtà non ancora compiuta, verso una pienezza che ci verrà data? Se guardiamo poi la nostra società facilmente ci accorgiamo che tante nostre opere sono imperfette, insufficienti, strutture sociali, scuole, istituzioni civili e a volte persino istituzioni religiose, ma se assolutizziamo la realtà nella quale viviamo, rimaniamo imprigionati e diventiamo idolatri. Trasferiamo cioè l’aspirazione verso la più pienezza, più verità, più giustizia, più vita, dentro i brevi limiti della nostra esperienza individuale o di gruppo o sociale. Diventiamo immediatamente prigionieri di realtà che sono imperfette e che vengono superate non appena in noi sorge un’ansia di più vita, verità, giustizia. Vengono travolte quando in noi, nasce una forza che rompe le brevi barriere che abbiamo edificato e che pensiamo siano eterne.Allora in ciascuno di noi passa Cristo che ci dice: seguimi, lascia la barca, lascia le reti e seguimi; perché il tuo “destino” è oltre. Se osserviamo la natura ci accorgiamo che una delle differenze che esistono tra l’uomo e creature che appartengono ad altri ordini della natura, ad esempio, gli animali, sta nel fatto che l’uomo è, nel regno della natura, l’essere vivente che non si ripete mai, che va sempre oltre alle sue stesse creazioni. Le api ad esempio, che conosciamo già dalla letteratura egizia, ripetono lo stesso lavoro, sia pur esso affascinante e meraviglioso, da cinquemila anni fino ad oggi: costruiscono il loro alveare, le loro casette, con la stessa legge architettonica esatta, producono il miele sempre alla stessa maniera e regolano la loro vita sociale sempre allo stesso modo, con lo stesso ritmo ripetitivo, ed esempi del genere potrebbero essere tanti nel regno animale. L’uomo si differenzia da tutti gli altri esseri proprio per la sua aspirazione a qualcosa che va oltre le realizzazioni che ha compiuto nel tempo presente. Basta pensare alla sua storia, abbiamo visto che l’uomo ha costruito grandissimi imperi, poi tutti sono andati distrutti. L’uomo va oltre nel tentativo di creare qualcosa di più vero e di più giusto, di più corrispondente alla sua aspirazione all’infinito. L’andare oltre è la caratteristica dell’uomo, il suo autotrascendimento lo rende unico in natura. Se questo vuole essere tradotto e calato nella nostra pratica quotidianità, vorrebbe dire di non innalzare idoli, non mettere nomi eterni a ciò che è legato dal tempo e quindi alla consunzione e alla distruzione. «Non nominare il nome di Dio invano»(cfr Es 20,7), significa non accostare il nome di Dio a cose che sono legate al tempo, allo spazio e alla consumazione della storia. «Non abituarti a nominare il nome del Santo.»(Sir 23,9) metti il nome di Dio soltanto all’eterno e in noi diamo il nome di Dio all’ispirazione verso l’assoluto, verso la perfezione, verso una vita più intensa e più piena. Quando, avremo vissuto questa ispirazione verso l’assoluto, avremo una profonda fiducia nella vita, anche quando questa sembra che venga distrutta dalla violenza, dai soprusi, dalle ingiustizie. Sappiamo che un giorno, attraverso il nostro travaglio di uomini, appariranno terra nuova e cieli nuovi dove potremo respirare più libertà, più giustizia, più pace che non siamo riusciti a stabilire neppure per brevi istanti su questa terra. Allora il nostro impegno di uomini di oggi qual è? E’ quello di non guardare indietro, ma avanti, cercando di colmare quest’anelito, dando la mano agli altri perché possano dischiudere ad un loro “andare oltre” la propria contingenza storica, in questa vicenda della loro vita. Allora introdurremo nella vita una duttilità, una capacità di adattamento alle mutevolezze del tempo, che ci permetterà di essere tra gli uomini presenze che fecondano, che risvegliano i grandi sogni di pace e di giustizia, che additano le grandi mete verso cui siamo tesi. Vediamo come tutto muta nel mondo. Siamo vivi perché nel nostro fisico, nella nostra psiche, nella nostra parte nervosa, in tutto ciò che costituisce la nostra realtà umana, avviene una mutazione continua, ma già a livello di combinazione genetica siamo continuamente in evoluzione e questo fa si che pur cambiando l’ambiente, la specie sopravvive adattandosi ad esso e ci rende competitivi nei confronti di potenziali pericoli quali possono essere ad esempio, nelle prime forme di vita cellulare, batteri e funghi. Il giorno in cui il mio corpo si fermerà io non sarò più vivo, ma finché il mio corpo muterà, attraverso il cambiamento della figura di adesso nella figura del mutamento successivo, io sarò vivo. E questo è vero per tutte le realtà che costituiscono la nostra vita di uomini sulla terra. Il senso dell’immutabilità che a volte ci avvolge, e molto più pericolosa della colonna, incatenato alla quale, Gesù fu flagellato. Non diamo possibilità ad alcuno di ritenerci tali, ma, credendo nella resurrezione, sappiamo che Cristo non può essere racchiuso in nessuna ideologia o steccato. Il suo sepolcro è sempre vuoto, è sempre “oltre”. Quando ci sentiamo arrivati, allora è giunto il momento di rimetterci in cammino ed andare oltre, «Quando uno ha finito, allora comincia.»(Sir 18,6) «Vieni e seguimi». |
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