I CROCIFISSI DI OGGI...

News del 18/4/2005

I CROCIFISSI DI OGGI, E LA STORIA DI IERI. “I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica.Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo.”(Gv 19,23) In questo episodio narrato dal vangelo di Giovanni, Gesù si spoglia del suo ultimo abito. L’ultima cosa che gli rimaneva addosso, la sua tunica, gli è stata tolta. Delle sue vesti sappiamo solo che, come capitato all’emorraissa, solo sfiorandoli procuravano guarigioni fermando ogni forma di emorragia. Ora, nell’episodio narrato, è nelle mani dei soldati e questo ci riporta simbolicamente alle mani insanguinate di tutti i soldati del mondo. I tempi che stiamo vivendo, auspicano anche oggi questa guarigione. Come allora, anche oggi, mani di soldati grondanti di sangue gocciolano ancora (anche se la moderna tecnologia evita di sporcare di sangue le mani dei soldati!) e sarebbe bello veder fermarsi questo flusso continuo di sangue, veder rimarginare questa ferita aperta che macchia di barbarie la nostra civiltà. Certo la guarigione sarebbe più completa se da soldati di guerra si diventasse facitori di pace, ma per far questo c’è bisogno del nostro impegno, della nostra disponibilità, in una parola, della nostra conversione. E così i tempi che stiamo vivendo, si coniugherebbero con il tempo quaresimale che stiamo celebrando. Lex orandi est lex credendi, domandiamoci se stiamo facendo tutto ciò che occorre perché la legge che preghiamo renda visibile ciò che noi crediamo. Non è questo il “tempo favorevole”, il tempo della nostra salvezza? L’ultimo abito che Gesù indossava non era molto, era sobrio, ma dignitoso, ma forse era ancora troppo e nella sua vicenda personale ci voleva insegnare qualcosa, a posare lo sguardo sui tanti “spogliati” della loro dignità che ancora oggi affollano le immagini dei nostri notiziari. Quanti sono i “privati” di una degna qualità della vita, oltre che dei loro stessi vestiti? La particolarità di questa tunica era l’esser “tessuta tutta d’un pezzo” e così i soldati non ebbero il coraggio di squarciarla, oggi invece , quanti vedranno ridursi a brandelli i loro abiti, insieme alle loro stesse carni, dai venti di guerra che soffiano sul mondo? Gesù in quel cammino di spogliazione totale, che aveva deciso di percorrere, rinunciò anche all’ultimo vestito che lo ricopriva , andando nudo verso la croce, ma oggi, a loro, quell’ultimo vestito gli è tolto con violenza, non avranno certo la forza di offrirglielo per la redenzione del mondo unendolo alla sua offerta, ma questo non svilisce la loro capacità d’amare, anche loro amano, amano le loro relazioni affettive, amano il loro Dio, amano la vita, ed ogni vita ha la dignità di essere vissuta! Anche loro si presenteranno nudi agli occhi del Padre, ma non si vergogneranno come i nostri progenitori, loro non hanno colpa, anzi questa sofferenza li avrà resi più veri. Anche loro “risorti” dai nuovi sepolcri (cfr. rifugi antimissilistici) che sempre più si stanno edificando, vedranno il Padre. Rotolata via la pietra che li nascondeva al mondo si offriranno all’alba di una nuova aurora, in una vera civiltà dell’amore dove ogni cuore sarà guarito. Si è sempre detto che la caratteristica fondamentale dell’uomo, che lo contraddistingue da tutto il resto del creato è che fosse intelligente, ma se per secoli abbiamo continuato a dire che gli aguzzini di Gesù (con tutto il loro enturage) non lo erano, proprio perché non hanno utilizzato tale facoltà per “leggere dentro” (intus legere) la storia di quell’uomo per vedervi il “dito di Dio” (digitus Dei), come potranno esserlo strumenti micidiali che la letteratura bellica chiama bombe? L’insegnamento che Gesù voleva darci era che forse anche noi dovremmo rinunciare a qualcosa, dovremmo forse rinunciare alla nostra stretta logica della politica, al freddo calcolo egoistico che da sempre determina le nostre scelte, per aprirci sempre di più alla pienezza di vita che sgorga dal suo vangelo. D’ altronde, si sa, non ci può essere amore che non sia anche rinuncia. Noi forse non amiamo! Nei vangeli leggiamo che un giorno ebbe parole dure contro chi usava allungare i filattèri e le vesti, per lasciarsi ammirare dagli uomini e così coprirsi al suo sguardo, al suo volto, alle proprie responsabilità. “Uomini non veri”, apostrofava così talune categorie di persone, e quel rimprovero a buon diritto, lui, lo poteva fare, perché nella misura in cui lo pronunciava iniziava per primo a spogliarsi… anche di se stesso. In lui la verità delle parole corrispondeva alla verità della sua prassi, alla verità del suo ethos,.. erano intimamente connessi. Noi quel richiamo ce lo sentiamo appiccicato sempre addosso perché è una sottile tentazione che sempre serpeggia nelle nostre buone intenzioni; le vesti forse non li abbiamo più allungate, ma non abbiamo avuto il coraggio di togliercele del tutto, di presentarci nudi, nella verità di noi stessi, al suo cospetto. Dovremmo forse chiedere aiuto per recuperare la forza di abbandonare tutti gli abiti che ci siamo “costruiti” sopra nascondendoci ai suoi occhi. L’aiuto ci viene certamente dal confronto con la sua Parola, e poi testimoni e profeti non ascoltati, che ci richiamano alle nostre responsabilità, ancora oggi non mancano. Se a lui, e ai tanti martiri della storia hanno tolto le vesti, anche noi dobbiamo trovare il coraggio di strapparci da dosso le maschere dell’ipocrisia che ricoprono la nostra vera identità. La strada è sempre la stessa, far morire nella nostra vita tutto quello che non è fedele alla sua volontà, e questo non ci piace, perché ci spinge a morire sempre più a noi stessi, ai nostri stessi egoismi, ai nostri stessi interessi …per donargli tutto. Dovremmo riconoscere la verità delle cose e chiamare con il loro vero nome le situazioni che spesso subiamo senza che passino al vaglio del nostro discernimento, magari pagheremo di persona, ma almeno ci saremmo strappati da dosso l’ultimo vestito: la maschera di un falso perbenismo che appiccichiamo sempre sulla nostra identità. Proprio ieri mi capitava di leggere un forte desiderio di annuncio della verità che sgorgava dal cuore di un profeta: «Grida a squarciagola, non aver riguardo; come una tromba alza la voce; dichiara al mio popolo i suoi delitti, alla casa di Giacobbe i suoi peccati.» (Is 58,1) Mettiamo fiato a queste trombe, insuffliamo il fiato della nostra credibilità, apostrofiamo ogni cosa con il suo vero nome, non usiamo mezzi termini siamo chiari nelle denunce. Non sfumiamo le finali delle parole quando diciamo le verità, così come si fa con il canto gregoriano. Quando ad ogni cosa avremmo dato il vero significato, probabilmente il mondo diventerà più bello, più vivibile, più vero. Leggo la storia che mi gravita intorno come ad uno spettatore poco protagonista e mi sovvengono le parole del profeta Geremia :« Quando parlo, devo gridare, devo proclamare: Violenza! Oppressione!»(Ger 20,8). Questa mi pare la storia dei nostri giorni. Uniamo alle poche voci di denuncia le nostre povere voci , uniamoci alla testimonianza dei pochi testimoni credibili e profetici, forse così, i crimini che impunemente anche oggi si perpetuano sull’umanità avrebbero le ore contate. Di don Gaetano Rocca
 


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