| Mostraci Signore il tuo volto |
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News del 20/6/2005 Mostraci Signore il tuo volto e noi saremo salvi. Nel corso dei secoli....un breve percorso storico per ritrovare le origini delle devozioni legate al culto eucaristico. Le persone anziane tra noi, sicuramente hanno nel loro ricordo sentimenti nostalgici, rispetto alle adorazioni eucaristiche alle quali si partecipava con grande solennità, nelle nostre chiese. Litanie cantate, predicazioni speciale da parte di oratori rinomati, benedizione eucaristiche con dozzine di preti in dalmatiche e piviali di lusso che il parroco estraeva solo in certe occasioni, chiese addobbate di drappi come non mai, luci e candele accese che inondavano di luci le navate delle chiese anche dei parroci più parsimoniosi. Non c’è dubbio che il culto eucaristico fuori dalla Messa si era sviluppato rigogliosamente e in tale sovrabbondanza, da accaparrarsi tutti gli spazi più importanti della vita parrocchiale. Nel corso dei secoli la Cena del Signore ha dato origine ad una particolare forma di culto alla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, ed è forse per questo motivo che il Concilio Vaticano II, coraggiosamente, rischiando critiche che non si fecero attendere, nella costituzione sulla liturgia centrò tutta l’attenzione sulla celebrazione eucaristica e poco disse del culto eucaristico fuori dalla messa. Una scelta voluta quale contrappeso per ristabilire un equilibrio compromesso. Tuttavia, già a cominciare da Paolo VI, sensibilissimo ad evitare fratture con la tradizione anche recente, i documenti ecclesiali ricordano che lo «scopo primario e originario della conservazione nelle chiese delle sante specie al di fuori dalla messa è l’amministrazione del viatico», l’adorazione di «questo cibo celeste che è riposto nel tempio ..... è una lodevole abitudine». Facciamo ora, senza pretese, un breve percorso storico per ritrovare le origini delle devozioni legate al sacramento del Corpo del Signore. Per ritrovare le radici della lodevole abitudine del culto eucaristico fuori dalla Messa, bisogna risalire a quella pietà popolare che viene sviluppandosi a partire dall’undicesimo secolo. Per oltre un millennio il culto eucaristico si era collocato, con gesti esteriori di venerazione, dentro la celebrazione. Il vescovo Agostino d’Ippona, ricordava già che non ci si accosta al corpo di Cristo senza prima averlo adorato. Erano i tempi in cui il pane eucaristico veniva conservato per la comunione dei malati senza tuttavia essere oggetto di specifica adorazione. Ma già a partire dal secolo IX la celebrazione della mesa comincia a strutturarsi con lunghe preghiere , segni di croce, genuflessioni, si cominciano a moltiplicare gli altari e si allontanano sempre più dalla vista dei presenti, il celebrante volge le spalle ai fedeli, celebrando ovviamente senza l’ausilio dei microfoni, al pane lievitato si sostituisce quello azzimo. La gente, quindi, non comprende e non partecipa, nemmeno con la comunione che, anzi, diventa sempre più rara. Dalle tre o quattro comunioni all’anno, ripetutamente raccomandate dai concili locali, si passerà all’obbligo minimo prescritto dal Concilio Lateranense IV nel 1215, della comunione pasquale. Così i fedeli, collocati al margine della celebrazione, vanno alla ricerca di forme sostitutive di pietà. Le controversie teologiche intorno all’eucaristia, tra le quali spicca quella sollevata da Berengario, inquieto e brillante maestro della scuola cattedrale di Tours, conducono per contrasto inevitabile a sottolineare la «presenza reale» del Cristo nelle specie consacrate, lasciando in ombra il rapporto tra Eucaristia e Chiesa. Su questo terreno vengono poi a inserirsi altri fattori come una tendenza affettiva verso l’umanità di Cristo e un forte bisogno contemplativo. Tutto questo movimento di contemplazione interiore e silenziosa, specie negli ambienti monastici femminili, si tradusse ben presto nel vivissimo desiderio di vedere l’ostia. E’ proprio in questo periodo che le specie consacrate cominciano a trovare posto sull’altare o accanto ad esse, uscendo dalle sagrestie dove erano spesso conservate insieme alle reliquie dei santi. Al desiderio di vedere l’ostia che si faceva sempre più forte, i sacerdoti risposero elevando il pane consacrato durante il sacramento della cena. Quest’uso era già affermato in vari luoghi quando Odone di Sully, vescovo di Parigi sul finire del secolo XII, stabilì che il sacerdote dovesse elevare l’ostia affinché tutti la potessero vedere, dopo aver pronunciato «Hoc est corpus meum». E’ questa la più antica testimonianza certa del rito dell'elevazione che, ripreso da vari Concili ed entrato lentamente nelle rubriche liturgiche successive, ebbe un enorme successo fino ad oggi. Il rito dell’elevazione polarizzerà la fede e la pietà popolare: incenso, suono delle campane, genuflessione, preghiere come Adoro te devote, o salutaris hostia.... Proprio la devozione che venne a circondare il gesto dell’elevazione finì per andare a scapito di tutto il resto della celebrazione eucaristica. Così, ben presto, si diffonde l’uso di stendere un drappo scuro dietro l’altare perchè risalti meglio l’ostia bianca, così i fedeli, fino ad allora distratti, assunsero l’usanza di inginocchiarsi al momento dell’elevazione. Non mancarono poi, alcuni sacerdoti più devoti che, oltre a genuflettersi dopo l’elevazione, incominciarono a rendere omaggio all’ostia addirittura con un bacio. La visione dell’ostia sembra concentrare tutta la devozione eucaristica; si credeva che la visione dell’ostia consacrata preservasse da morte violenta, mantenesse la vista e procurasse altri innumerevoli vantaggi per la salute. Ci si limitava alla «comunione con gli occhi», contenti di quella curiosità fanatica, invece di impegnarsi a prendere parte attiva alla celebrazione e quindi alla comunione. Finita l’elevazione, alcuni se ne andavano perché consideravano la messa terminata a quel punto: il pane consacrato non domandava più di essere preso come cibo, ma solo guardato, invocato, adorato. Così valorizzata, l’ostensione dell’ostia poteva ormai avvenire anche fuori dalla messa. Si introdusse l’uso di unirla al rito della comunione ai malati. Il sacerdote mostrava il viatico al malato per stimolare con pie esortazioni la sua fede nella presenza reale di Cristo o per favorirne la «comunione con gli occhi» qualora non fosse in condizioni di comunicarsi. Questa pratica degenerata di recare l’ostia in visione agli ammalati fu vietata dal rituale di Paolo V solo nel 1614. L’istituzione della festa del Corpus Domini segnò il logico coronamento della nuova pietà. La festa, che diventerà una delle principali solennità dell’anno liturgico, nasce in Belgio nel 1246 come festa della diocesi di Liegi per iniziativa di una donna, Giuliana di Mont-Cornillon, infermiera dei lebbrosi. Durante le sue fervide adorazioni dell’eucaristia, così racconta il suo biografo, Giuliana ebbe la visione di una luna piena attraversata da una striscia scura. La beata interpretò quella fascia priva di splendore come il segno che nel ciclo delle feste del Signore ne mancava una che onorasse particolarmente l’istituzione dell’eucaristia e il corpo di Gesù. Liegi era allora un centro assai vivace di studi eucaristici: la proposta di Giuliana, scaturita da quest’ambiente, fu approvata dal vescovo e dai suoi teologi, uno dei quali era il francese Giacomo Pantaléon, figlio di un calzolaio di Troyes. Quindici anni dopo, questo teologo fu eletto papa con il nome di Urbano IV, nel 1264, con la famosa bolla Transiturus de hoc mundo (pubblicata alcuni mesi dopo il famoso miracolo di Bolsena), decretò che la festa del Corpo del Signore fosse celebrata ogni anno in tutto il mondo cristiano, il giovedì dopo l’ottava di Pentecoste (celebrata ora nella domenica successiva alla solennità della SS.Trinita). I motivi per la festa, suggeriti dalla beata Giuliana, erano ripresi nella bolla di Urbano IV: manifestare riconoscenza a Cristo per il sacramento, confondere gli eretici, riparare le irriverenze e le negligenze commesse durante la messa. Il successo del Corpus Domini andò crescendo nella stima popolare senza per altro favorire un risveglio nella partecipazione alla celebrazione eucaristica, prevalse ancora una volta l’aspetto della solenne e pubblica manifestazione di fede con l’aggiunta di altri gesti complementari come la processione, l’esposizione e la benedizione. La processione del sacramento con la partecipazione di autorità e popolo, divenne un rito proprio della festa, un atto spontaneo di pietà che permetteva insieme di vedere l’ostia e di tributarle omaggio. La benedizione eucaristica fu il rito obbligatorio posto a conclusione della processione, ispirata forse all’antico uso di benedire il popolo con un oggetto sacro o una reliquia prima di licenziarlo. Ma la processione con relativa benedizione non bastava ancora a soddisfare il fervore popolare che reclamò una esposizione più prolungata del sacramento sull’altare. Le testimonianze di questa forma cultuale risalgono al XIV secolo anche se non mancano indizi di una precedente pratica devozionale confermata da ostensori per «ostie miracolose» datati al XIII secolo. A questo scopo si adottarono per ostensori, i reliquiari che servivano per l’esposizione delle reliquie dei santi, con una lunetta di cristallo o di vetro perchè i fedeli potessero vedere l’ostia. Questo culto eucaristico, nel XVI secolo, oramai universalmente diffuso, fu duramente colpito dagli attacchi dei riformatori protestanti. Essi respingevano come idolatria l’adorazione dell’ostia e giunsero a negare la presenza eucaristica al di fuori dell’uso sacramentale. Così il concilio di Trento, caposaldo della Controriforma, dovette concentrarsi nella difesa della posizione cattolica. In questo nuovo contesto apologetico, l’esposizione del sacramento raggiunge il massimo splendore: se ne amplifica la frequenza e la solennità esteriore, e nelle chiese , il tabernacolo diventa sempre più il centro della devozione. Mentre a Roma si continua a conservare il sacramento al di fuori dell’altare della celebrazione, secondo l’antica tradizione, altrove, a cominciare da Verona e poi da Milano, per volontà di san Carlo Borromeo, si costruiscono grandiosi e massicci tabernacoli collocati sopra l’altare delle celebrazioni ed entrano in uso nuovi ostensori, che in Italia prendono solitamente la forma di sole raggiante, per favorire la visione dell’ostia. L’esposizione, prima riservata al giovedì del Corpus Domini si estende a tutti i giovedì finché si imporrà sotto la forma delle Quarantore. Questa pratica devozionale, nonostante alcune divergenze di studiosi sulla sua origine, si affermò a Milano dal 1527 al 1537 e fu regolata minuziosamente cinquant’anni dopo da san Carlo. Inizialmente ebbe un carattere di preghiera continuata, di supplica popolare per particolari necessità, ma nel suo rapido diffondersi in tutta la penisola prese anche il carattere di rito espiatorio specie nel periodo di carnevale, ancora oggi in alcuni nostri paesi c’è questa tradizione con carattere espiatorio in prossimità del carnevale. Altra variante dell’esposizione, testimoniata fin dall’inizio del ‘500 in Francia, è quella che si compie durante la messa. ma contro di essa l’autorità di Roma manifestò, a più riprese, la propria contrarietà salvo casi eccezionali. Nel frattempo, la benedizione eucaristica, da rito conclusivo della processione del Corpus Domini, diventa di uso generale per solennizzare qualsiasi esercizio di pietà o anche come pratica autonoma. La sua fortuna si deve all’accostamento dell’uso antico di salutare la Vergine al termine dei Vespri e della Compieta nei conventi, uso sostituito gradualmente dal saluto al sacramento. Sant’Alfonso de Liguori, nel XVII secolo, contribuì enormemente alla diffusione della visita privata al sacramento, conosciuta fin dai secoli del secondo millennio ma solo ora organizzata con iniziative e pubblicazione per aiutare i fedeli nella loro preghiera. Una nuova esplosione di pietà eucaristica in diversa prospettiva si registra nel secolo scorso specialmente in Francia mediante le opere istituzionalizzate di adorazione notturna, perpetua, riparatrice, con la conseguente fondazioni di ordini e congregazioni dotati di simile fine specifico. Tale movimento era sorretto da una grande idea di fondo: il bisogno della riparazione verso l’Eucaristia. Al Cristo presente nel sacramento, «misconosciuto e abbandonato, umiliato e fattosi prigioniero per amore», si deve rispondere con forme di presenza che valgono a compensarlo delle negligenze e delle offese. Alla presenza divina nelle chiese, deve corrispondere una presenza umana continua, come guardia d’onore. In questo contesto ebbero origine anche i Congressi Eucaristici Internazionali , il primo dei quali si ebbe a Lilla nel 1881. I cattolici francesi si impegnarono in un’aspra lotta contro la globale laicizzazione della società che leggevano come tentativo satanico di impedire alla chiesa la sua missione. Oramai, il divorzio tra celebrazione e pietà eucaristica era consumato fino in fondo. Ma proprio dal fondo della china comincia la ripresa faticosa, sostenuta dal movimento liturgico che tentava di ricondurre i fedeli alla comprensione e alla partecipazione della messa e dal rifiorire della comunione frequente promossa da Pio X. Il Concilio Vaticano II, quaranta anni fa, ha posto il suo autorevole sigillo allo sforzo di recuperare la celebrazione eucaristica come sintesi del mistero della salvezza. Così, con un cambiamento sostanziale di tendenza, la pietà eucaristica è stata ricondotta al centro della celebrazione. Il merito di aver affrontato con coraggio il rapporto tra celebrazione eucaristica e culto alla presenza reale, si deve alla istruzione Eucharisticum mysterium del 1967, le cui scelte di fondo venivano poi tradotte n termini rituali dal successivo “Rito della comunione e del culto eucaristico fuori dalla messa”. Ma forse non siamo del tutto entrati nello spirito del Vaticano II, il quale si è sforzato a farci capire il senso della celebrazione eucaristica. Tracce di tradizioni affollate di nostalgici, c’è ne sono ancora, e non solo per quanto riguarda il culto eucaristico. Al nostro vescovo piace ripetere quando si sente dire se è il caso di fare un Vaticano III, che sarebbe meglio applicare il Vaticano II, solo così si potrà rinnovare in profondità la nostra fede in tutti gli aspetti della vita spirituale ed ecclesiale, e di conseguenza quindi la nostra partecipazione alla Cena del Signore. A cura di don Gaetano Rocca |
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