| Il Monachesimo |
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News del 4/6/2007 - BREVE STORIA DEL MONACHESIMO, "dalla Tebaide ai confini del mondo" - “I monasteri erano quasi accampamenti di un esercito divino, dove tutti cantavano salmi, si dedicavano a sacre letture, al digiuno, alla preghiera…. Pareva davvero una regione a parte, riservata al culto di Dio e alla giustizia.” (Sant’Atanasio) - Una delle testimonianze storiche, forse la più originale, la troviamo in un opera, datata intorno al 416, di un maestro di eloquenza, poco conosciuto, Rutilio Namaziano. Si legge in essa una testimonianza interessante, circa lo stile di vita dei monaci cristiani, i quali erano nati circa cento anni prima. «Avanzando sul mare, ecco che appare la Capraia: l’isola è tutto uno squallore, piena di uomini nemici della luce. Con un nome di origine greca si chiamano “monaci” perché vivono isolati dal mondo. Temono i doni della fortuna e nello stesso tempo ne gustano i danni. Ma è giusto essere volontariamente disgraziati per non diventare disgraziati? Che follia stolta e perversa è mai questa, che nella paura dei mali, non si riescono a tollerare i beni?». A questa opera, fa eco il pensiero diffuso di oggi in questo periodo postcristiano «Questa gente non fuma, non beve, non va a donne: si può sapere perchè vive?». Se il cristianesimo dal suo nascere apparve intollerabile, per molta gente, il monachesimo, con tutte le sue forme sembrò un paradosso doppio. E questo non solo nei pagani, ma anche in ambienti cristiani, sant’Agostino ai suoi tempi dovette registrare più volte, l’antipatia popolare verso i monaci, gli “uomini neri”. Ma il monachesimo nacque, progredì e divenne maturo proprio nel bel mezzo di una società che stava diventando cristiana per interesse e per conformismo. Risalire alle origine del monachesimo, non è facile in quanto gli storici hanno diverse idee in proposito, dovuto al fatto che già gli storici antichi dimostravano le stesse perplessità. San Girolamo, anch’egli monaco a Betlemme, scrivendo la vita di Paolo da Tebe, confessa candidamente che le opinioni erano svariate, alcuni facevano risalire l’origine della vita eremitica al profeta Elia o a Giovanni Battista, altri l’attribuivano a Paolo da Tebe, che si sarebbe ritirato nel deserto intorno all’anno 250, altri ancora ad Antonio. Nel narrare però la vita di Antonio, sant’Atanasio, parla di un anziano eremita abitante nei pressi del villaggio del protagonista. Questo fenomeno non doveva essere eccezionale, perchè ricorda «Le abitazioni degli eremiti non erano, in quel tempo, così numerose come oggi, e gli anacoreti non frequentavano località estese e deserte. Chi voleva dedicarsi ad una vita di perfezione continuava a risiedere nei pressi della propria città e lì praticava gli esercizi spirituali». Gli eremiti quindi probabilmente già esistevano, e forse non è neanche corretto affermare che il monachesimo è nato in Egitto, diffondendosi poi a macchia d’olio prima in oriente e poi in occidente, ma forse esso è stata una delle risposte possibili che vari uomini, in vari ambienti hanno dato alla domanda evangelica:«Quale vantaggio avrà l’uomo se guadagna il mondo intero e poi perde la propria anima?». Una ricerca di autenticità cristiana, quindi, guidati dallo Spirito. Sicuramente ciò che permise di imporsi all’attenzione dell’opinione pubblica in maniera veramente internazionale, del monachesimo egiziano, fu il best-seller la Vita di Antonio, scritta dal patriarca di Alessandria, esiliato, che si era rifugiato presso un vecchio monaco, in quella Tebaide difficilmente raggiungibile dalle spie e dalla polizia dell’imperatore. Questo libro in breve tempo conobbe una notevole fortuna, basti pensare, che l’originale greco fu tradotto due volte in latino, e poi in copto, etiopico, siriaco, armeno, assiro, georgiano. Molti grandi santi, come il già citato san Girolamo, ma anche sant'Agostino, san Martino di Tours, ed altri, devono ad esso la loro vocazione monastica. L’opera di Atanasio, accanto al Vangelo, fu la prima vera “regola” del nuovo stile di vita, anche perché fino ad allora spontanea, senza quindi caratteristiche proprie. Non si era fino ad allora parlato di castità perché la cosa era ovvia, si accennava appena al problema della povertà perché anche questo veniva da sé, dell’ubbidienza poi era una cosa sola con la ricerca di Dio. L’esperienza di Antonio fu seguita da molti, così sulla scena della cristianità nacque, accanto al chierico, il monaco, chiamato anche “eremita” o “anacoreta”, una condizione questa laicale che per molto tempo parve escludere la cleralità. Intorno al 324 si verificò una svolta, quando Pacomio, ex soldato, fondò a Tabennisi una specie di villaggio monastico caratterizzato da una organizzazione comune e con un esplicito progetto di vita comune. Stava venendo alla luce quel fenomeno che prenderà il nome di “cenobitismo”, dal greco Koinòbion “ luogo di vita(bios) comune (koinòs). Il monastero era recintato da alte mura, ed al suo interno la forza dell’esempio e l’aiuto fraterno avrebbero facilitato il progresso spirituale. I monaci, vestiti di una tunica di lino senza maniche e di una pelle di capra, passavano il loro tempo nella preghiera e si mantenevano con il lavoro delle loro mani, fabbricando stuoie e cesti con i giunchi del Nilo. La vita monastica nella forma cenobitica diede così sviluppo anche alle “vergini”, le quali trovarono nella formula pacomiana la maniera migliore per consacrarsi al Signore. Il primo che diede loro una vera e propria regola sarà san Cesario di Arse. Aumentando così di numero, tra uomini e donne, il monachesimo iniziò il proprio cammino tra le vari classi sociali e in tutte le regioni dell’impero romano, con rapido successo e con diverse modalità. In Egitto il monachesimo fu un fenomeno prevalentemente contadino, che coinvolse classi umili. Lo stesso Antonio era figlio di un modesto proprietario terriero. In Siria e Mesopotamia assunse caratteristiche singolarmente folcloristiche: basta pensare al fenomeno degli “stiliti”. Uomini ritirati in cima ad alte colonne ( anche in zone abitate) e dipendenti in tutto dalla benevolenza dei fedeli che ascoltavano le loro predicazioni e i loro moniti. Tra di essi, la tradizione ricorda un certo Simeone, il quale scacciato da un monastero per le strane penitenze cui si dedicava, visse per 30 anni appollaiato in cima ad una colonna, tra digiuni e preghiere, e come lui tanti altri. Ma in Asia Minore, soprattutto per merito di Basilio, in Italia per merito di san Girolamo e del suo circolo cristiano che comprendeva la nobile Melania, in Africa con sant’Agostino, nelle Gallie per iniziativa di san Martino di Tours, il monachesimo riuscì ad interessare ceti più elevati, e iniziò a trascinare dentro i primi rampolli aristocratici alcuni già appartenenti al clero diocesano. San Benedetto, con cui si conclude normalmente la storia del monachesimo primitivo, fu consapevole di rappresentare una eredità ed esperienza spirituale, già consolidata nei pur pochi secoli dall’inizio del monachesimo. Un luogo comune designa Benedetto come iniziatore e padre del monachesimo occidentale, ma in realtà già prima di lui abbiamo esperienze monastiche con Cesario di Arles, Martino di Tours, già citati, Eusebio da Vercelli. Inoltre san Benedetto fu conosciuto per molto tempo solo attraverso la breve sintesi biografica tracciata da san Gregorio Magno nei “Dialoghi”, soltanto nel IX secolo, con la rinascita carolingia, la Regola di Benedetto da Norcia diviene patrimonio universale e in occidente il termine “benedettino” diviene sinonimo di “monaco”. Ma prima ancora di san Benedetto, l’occidente vede svilupparsi un’altra forme di monachesimo molto efficace, : quella irlandese, legate alle figure di san Patrizio e di due Colombano. Il primo giunse nell’isola, a 16 anni, nel 401, prigioniero dei pirati. Riuscito a fuggire ci ritorna nel 432 per evangelizzarla come missionario, con il suo “peregrinare pro Christo” il monachesimo irlandese contribuì molto, con l’irradiamento dei suoi monasteri, a dare l’ossatura della nascente chiesa del primo medioevo, con la sua pietà, il suo ideale di santità, la penitenza e la liturgia. La forma irlandese e quella benedettina diventano così uno stato ecclesiale e sociale, vuoi per l’organizzazione dell’evangelizzazione, il monopolio culturale educativo, la trasmissione delle arti, e non ultima la funzione sociale delle bonifiche territoriali che restituivano alla collettività terreni altrimenti inutilizzabili. Poco dopo il mille, all’esperienza benedettina si affianca quella agostiniana, la quale subito dopo aver fatto notare la sua presenza, scompare, per riapparire più tardi quando questa diventa più grande. Riuniti i chierici nel suo palazzo episcopale di Ippona, Agostino aveva dato il via a una nuova forma di vita comune. Da questa esperienza nasceranno più tardi nella Chiesa, cinque secoli dopo, le prime congregazioni di canonici regolari che si proponevano di assicurare il ministero parrocchiale garantendolo dalla incuria e dissipazione. Alla preponderanza benedettina, durata oltre 600 anni, all’inizio del secolo XIII, pongono fine gli ordini mendicanti. La svolta, di notevole importanza, si deve a san Domenico e a san Francesco. La vita religiosa, fino a quel punto monastica e contemplativa, viene innovata con il ministero apostolico della predicazione al popolo e all’insegnamento. Il movimento francescano ebbe un ruolo storico e innovatore nella vita della chiesa. La “freschezza evangelica” di Francesco, è un toccasana rispetto al desiderio di povertà evangelica di quel tempo. Il suo staccarsi tragico, dalla figura paterna, viene a far crollare la figura istituzionale e patriarcale dell’abate, e a collocare Cristo in veste di fratello, ruolo fino ad allora sconosciuto nella tradizione delle regole monastiche. Francesco pretese e praticò l’obbedienza di fronte a sacerdoti e vescovi senza alcuna esitazione, tuttavia la sua vita fu una tacita protesta contro i poteri delle autorità ecclesiastiche, ivi inclusi i monaci tradizionali che egli chiamava rispettosamente( e forse ironicamente) i suoi “signori”. Enorme importanza , sociale e spirituale ebbe poi l’istituzione del Terz’Ordine, con cui Francesco offriva ai laici uno stile di vita, di preghiera e di esercizio della carità, che soddisfaceva il desiderio di perfezione di coloro che non potevano abbandonare il mondo. In questo modo la vita religiosa si rendeva più “visibile” e poneva le promesse per un incontro sempre più solidale con il mondo. L’ultima vera rivoluzione di prospettiva sul versante della vita religiosa, si attua nel XVI secolo, ad opera di sant’Ignazio di Lojola, la consegna lasciata come testamento spirituale ai suoi confratelli «Ite, incendite, inflammate omnia!» è un testo emblematico della “vita attiva”, formula che designa quel grande numero di Congregazioni e comunità di vita apostolica che si innestano sulla tradizione monastica, a cavallo del Concilio di Trento (1545-1562), privilegiando però il servizio ecclesiale e le opere apostoliche. Questi nuovi Istituti nascono anche per combattere la riforma luterana e segnano appunto la rinascita ed il rifiorire della Chiesa in quella che poi passerà alla storia come la Controriforma. Tra i tanti che si collocano al centro di questa rinascita ecclesiale ricordiamo appunto sant’Ignazio, che resta il pioniere ed il più originale realizzatore di questa |
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